Alcuni test e prove per mettere e punto soluzioni con primitive prestazioni barriera a fronte dell’obiettivo di compostabilità

Quali benefici se ricombiniamo i cellulosici e le loro prestazioni?Shelf life del prodotto alimentare e fibre cellulosiche è da sempre considerato un matrimonio se non impossibile molto difficile, a meno di non avviare una cooperazione con altri materiali.
Come disegnare un percorso fruttuoso per affrontare la sfida in funzione dell’obiettivo di avere soluzioni ecocompatibili, in particolare compostabili, privilegiando la componente cellulosica?
Ne ha parlato Giorgio Mariani, product manager della divisione Eco & Food di LIC Packaging specializzata in soluzioni cartotecniche per la logistica, l’esposizione e la promozione dei beni di largo consumo nei canali della moderna distribuzione attraverso il packaging primario, secondario e terziario.

Che si tratti di frutta o verdura, salumi e formaggi, carni o pesce porzionato, l’utilizzatore crea una serie di priorità: cottura e consumo? Riciclabilità? Compostabilità? Protezione?
Non esistono risposte univoche ad una molteplicità di problemi, esiste però la possibilità di utilizzare le tecnologie di converting dei materiali cellulosici e di abbinarli per avvicinarsi a degli obiettivi di ecocompatibilità.

Integrare materiali differenti

Per esempio, LIC Packaging ha integrato fra di loro materiali differenti: il supporto cellulosico per vaschette destinate alla cottura dell’impasto dei muffin è formato da carta antiaderente per cottura all’interno a contatto col prodotto, materiale ondulato kraft vegetale da fibra vergine e una carta anti-grasso all’esterno che evita il passaggio della componente grassa. Con questo materiale composito è stato realizzato un supporto termoformabile con una primitiva forma di effetto barriera molto apprezzata nella cottura e che permette il passaggio del vapore acqueo a differenza di vaschette per esempio in alluminio oppure in altri materiali abbinati a plastificanti.

Di questa soluzione “su misura” è stata testata con successo la compostabilità industriale secondo la Norma EN 13432.

Lavorare sulle onde

Un altro settore esplorato per arrivare un domani a soluzioni barriera è stato quello delle onde: l’onda G, oggi, si riferisce a spessori di 700 micron, ma LIC Packaging ha messo a punto un supporto sì da 700 micron ma di peso inferiore a quelli di mercato: 250 g al m2 se in fibra vergine, 285 in fibra riciclata, quando la concorrenza non riesce ad andare al di sotto di 350 g al m2.
Per differenziarla è stata brandizzata HT Board.
A fronte della necessità di cuocere delle verdure, sono state richieste soluzioni da poter conservare in frigo per 3-4 giorni e mettere in forno a microonde o tradizionale senza alterazioni e cessioni del materiale cellulosico. Il paradigma cui fare riferimento in fase di ricerca e sviluppo sono stati i cartoncini tesi di pesi compresi fra 180 e 600 g ed è stata elaborata una soluzione di pari rigidità longitudinale e trasversale, proprio grazie alle microondulazioni, che ha permesso di entrare in competizione con vaschette in cartoncino teso fra 500 e 600 g.
Il nuovo materiale ha un peso di solo 300 g e con il 45% di materiale in meno rispetto alle vaschette in cartoncino teso. In questo caso il vantaggio non è in ordine ad effetti barriera, ma alla prevenzione dei rifiuti da imballaggio grazie ad un notevole risparmio di materiali.

Abbinare le bioplastiche

Tornando alle prestazioni di “tenuta”, mentre i prototipi messi a punto mostravano eccellenti proprietà anti-grasso, il deficit era rappresentato dalla tenuta all’umidità: grazie alla collaborazione dei produttori di supporti e di macchine termoformatrici e piega-incolla si è arrivati alla messa a punto di vaschette in grado di trattenere la componente umida dell’alimento grazie all’accoppiamento con un materiale bioplastico compostabile.

Nuovi materiali: la carta erba

Da valutare con attenzione è anche la possibilità di utilizzare imballi e soluzioni in “carta erba”: si tratta di aggiungere agli impasti cartari della fibra di fieno, che permette di ridurre le emissioni di CO2 del 75%, ridurre il consumo d’acqua a soli 2 litri per tonnellata (contro i 5.000 litri/t della polpa di cellulosa), diminuire del 90% i consumi energetici ed evitare l’impiego di prodotti chimici.

Un inedito punto di vista

Mentre vengono condotti test e ricerche abbinando materiali diversi in vista dell’obiettivo di compostabilità e inseguendo gli effetti barriera, è interessante anche esplorare strade completamente differenti: anziché perseguire l’obiettivo di una shelf life di 90 giorni, quali vincoli e ricadute da uno scenario differente?
È possibile immaginare una classe di prodotti che dichiari apertamente la freschezza e il consumo veloce ed i benefici nutrizionali e organolettici connessi a questo status?
In questa prospettiva, è prioritario lavorare sul packaging oppure sulla logistica?
La provocazione è se abbiamo veramente bisogno di prodotti con shelf life così lunghe: qual è il prezzo da pagare sul piano ambientale?
Possiamo immaginare di lasciare al consumatore scegliere davanti allo stesso banco frigo due prodotti dei quali uno reclama “da consumare entro 5 giorni”?
Perché alcuni paradossi non sono poi così lontani: vi sono già oggi materiali da imballaggio che al kg costano più dell’alimento contenuto.

Articolo apparso sulla rivista Com.Pack n. 37 2019.